Archive for 30 Novembre 2011

I segreti della casta di Montecitorio: ieri alla Camera ennesimo regalo a Finmeccanica: stanziati 500 milioni per acquisto nuovi carri armati

 I segreti della casta di Montecitorio: ieri alla Camera ennesimo regalo a Finmeccanica: stanziati 500 milioni per acquisto nuovi carri armati.

Gli “strani” affari dei rigassificatori siciliani

Se le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni, i raggiri che costellano la storia della Sicilia – dagli albori dell’Autonomia (fine anni ‘40 del secolo scorso) fino ai nostri giorni (…)

Vitalizi anche alla casta del ’68

Padiglione Italia

Vitalizi anche alla casta del ’68
che voleva cambiare il mondo

Rendite previste pure per Bertinotti, Capanna, e Russo Spena

Fausto Bertinotti (Jpeg) Fausto Bertinotti (Jpeg)

Il mitico ’68 va in pensione,les dieux s’en vont. Ha suscitato molta curiosita notizia che l’ex presidente della Camera, Fausto Bertinotti, va in pensione. Con il famoso vitalizio che, notizia di pochi giorni fa, non verrirgito ai parlamentari. Non ora, ma a partire dal 2018. Se mi toglierei il vitalizio? Se mi dessero qualcos’altro per vivere sse mi dessero una pensione sHo lavorato una vita e ho diritto a una pensione, poi come si chiami non conta ha precisato Bertinotti. Vitalizio eggio di pensione: si porta dietro un retaggio medioevale, n recinto per privilegiati. La pensione, almeno, ha un che di piccolo-borghese, richiama la panchina dei giardini pubblici, le discussioni attorno alle buche dei lavori in corso, il quartino alla bocciofila.

Se poi ad andare in pensione n ex ribelle, un ex rivoluzionario, un ex sindacalista la malinconia cresce. Veramente anche la moglie Lella a tempo una baby pensionata, avendo usufruito di agevolazioni per il pubblico impiego. Ma almeno si edicata anima e corpo al marito, diventando la sua look maker, creando il communist cashmere style tanto caro al salotto di Bruno Vespa.

Anche Mario Capanna ndato in pensione. Come Cincinnato si itirato in campagna a vivere dei prodotti della terra. L’ex leader del Movimento studentesco prende 5.000 euro dalla Regione Lombardia e 4.725 euro dal Parlamento.  Fa una certa impressione, per chi ricorda Capanna arringare la folla degli studenti milanesi per distruggere la borghesia e rigenerare la Storia, fa impressione vederlo ora alle prese con i vasetti di salsa di pomodoro e di miele o spaccare la legna per il caminetto. Il suo successore alla guida di Democrazia proletaria, Giovanni Russo Spena, di pensioni ne ha tre: una da ex parlamentare (4.725 euro), una da ex consigliere regionale (3.000 euro) e una da ex professore (3.250 euro). Costa la casta: non hanno rubato nulla, i soldi spettano loro per legge. Volevano cambiare il mondo, hanno cambiato la loro situazione previdenziale.

Lunga vita a Bertinotti, Capanna e Russo Spena. Ma fra cinquant’anni, caso mai dovessero trapassare, sulle loro tombe non sfigurerebbe l’epitaffio che Indro Montanelli aveva vergato per il Migliore: Qui riposa Palmiro Togliatti impiegato modello di rivoluzioni parastatali.

Vitalizi anche alla casta del ’68

Padiglione Italia

Vitalizi anche alla casta del ’68
che voleva cambiare il mondo

Rendite previste pure per Bertinotti, Capanna, e Russo Spena

Fausto Bertinotti (Jpeg) Fausto Bertinotti (Jpeg)

Il mitico ’68 va in pensione,les dieux s’en vont. Ha suscitato molta curiosita notizia che l’ex presidente della Camera, Fausto Bertinotti, va in pensione. Con il famoso vitalizio che, notizia di pochi giorni fa, non verrirgito ai parlamentari. Non ora, ma a partire dal 2018. Se mi toglierei il vitalizio? Se mi dessero qualcos’altro per vivere sse mi dessero una pensione sHo lavorato una vita e ho diritto a una pensione, poi come si chiami non conta ha precisato Bertinotti. Vitalizio eggio di pensione: si porta dietro un retaggio medioevale, n recinto per privilegiati. La pensione, almeno, ha un che di piccolo-borghese, richiama la panchina dei giardini pubblici, le discussioni attorno alle buche dei lavori in corso, il quartino alla bocciofila.

Se poi ad andare in pensione n ex ribelle, un ex rivoluzionario, un ex sindacalista la malinconia cresce. Veramente anche la moglie Lella a tempo una baby pensionata, avendo usufruito di agevolazioni per il pubblico impiego. Ma almeno si edicata anima e corpo al marito, diventando la sua look maker, creando il communist cashmere style tanto caro al salotto di Bruno Vespa.

Anche Mario Capanna ndato in pensione. Come Cincinnato si itirato in campagna a vivere dei prodotti della terra. L’ex leader del Movimento studentesco prende 5.000 euro dalla Regione Lombardia e 4.725 euro dal Parlamento.  Fa una certa impressione, per chi ricorda Capanna arringare la folla degli studenti milanesi per distruggere la borghesia e rigenerare la Storia, fa impressione vederlo ora alle prese con i vasetti di salsa di pomodoro e di miele o spaccare la legna per il caminetto. Il suo successore alla guida di Democrazia proletaria, Giovanni Russo Spena, di pensioni ne ha tre: una da ex parlamentare (4.725 euro), una da ex consigliere regionale (3.000 euro) e una da ex professore (3.250 euro). Costa la casta: non hanno rubato nulla, i soldi spettano loro per legge. Volevano cambiare il mondo, hanno cambiato la loro situazione previdenziale.

Lunga vita a Bertinotti, Capanna e Russo Spena. Ma fra cinquant’anni, caso mai dovessero trapassare, sulle loro tombe non sfigurerebbe l’epitaffio che Indro Montanelli aveva vergato per il Migliore: Qui riposa Palmiro Togliatti impiegato modello di rivoluzioni parastatali.

27 novembre 2011 | 11:22 RIPRODUZIONE RISERVATA

Le banche d’affari che vogliono affossare l’euro

di Enzo Di Frenna

Chi sta manovrando lo spread in modo occulto? E’ possibile che la crisi dell’Eurozona sia stata pianificata dall’industria finanziaria ingorda e corrotta? Chi sono gli uomini che stanno decidendo come condizionare i mercati? Credo che il giornalismo coraggioso, assolvendo il suo ruolo di “watch dog” – quindi di cane da guardia dei poteri forti – deve concentrare i suoi sforzi investigativi in questa direzione se vogliamo veramente capire perché il mondo rischia il collasso economico. Negli Stati Uniti il film inchiesta Inside Job ha sollevato un velo incredibile sul ruolo delle banche d’affari nella creazione della crisi finanziaria del 2008. Ma c’è ancora molto da scoprire.

Nel 2010 il New York Times ha rivelato il piano segreto di nove banche d’affari per dividere l’euro in due e metterlo in ginocchio. La notizia è stata commentata da Eugenio Scalfari in un editoriale pubblicato il 19 dicembre dello scorso anno: “Il New York Times ha descritto il funzionamento di questa ‘Cupola’ ed ha anche indicato le banche che la compongono: J. P. Morgan, Bank of America, Goldman Sachs, Ubs, Credit Suisse, Barclays, Citigroup ed altre per un totale di nove. Ma ciascuna di esse possiede una quantità di partecipazioni e diramazioni in tutto il mondo e capitali immensi a disposizione.

Cosa si può fare con immensi capitali a disposizione? Si può orientare i mercati e condizionare i governi. Si può far salire e scendere lo spread in un attimo. Il 10 novembre scorso Milano Finanza rivelava che “sui mercati si è diffusa la voce che sia stata Goldman
 Sachs a innescare l’ondata di vendite di Btp, poi seguita dagli hedge fund
 dalle altre banche d’oltreoceano. Goldman 
Sachs ha dato il via a un vecchio giochetto: con opportune vendite si
 schiacciano i prezzi dei Btp il piu’ possibile per poi, un attimo prima 
del superamento della crisi (le dimissioni effettive di Berlusconi), farne
 incetta a prezzi da saldo.” La notizia, ad oggi, non è stata mai smentita. E in questi giorni si parla del rischio di crollo dell’euro.

Il giornalista per mestiere collega fatti e tracce. E si pone domande. Se una banca d’affari come la Goldman Sachs, alleata con altre centrali finanziarie, può usare immensi capitali per condizionare le aste dei titoli di stato, impennare lo spread dei titoli italiani, francesi, tedeschi, quindi in ultima analisi condizionare i debiti sovrani, che arma ha la politica per difendere i cittadini dal rischio di impoverimento dovuto alle speculazioni occulte? In questo momento, nessuno. Ho sostenuto in un precedente post che bisognerebbe avviare una inchiesta internazionale sugli speculatori, facendo nomi e cognomi. Un tenue tentativo è stato fatto in America: il senatore Carl Levin ha messo sotto torchio i dirigenti di Goldman Sachs – accusati di vendere intenzionalmente “titoli spazzatura” – e ha chiesto che pagassero una multa di 550 milioni dollari. Pochi mesi fa il senatore ha poi rincarato la dose, chiedendo che la banca d’affari sia sottoposta a ulteriore indagine per individuare responsabilità penali relative alla crisi del 2008. In Francia, invece, nelle ultime settimane Le Monde ha attaccato ripetutamente la Goldman Sachs, mettendo in evidenza la sua influenza in Europa.

In Italia invece solo la Rete ha puntato il dito contro le banche d’affari che hanno un ruolo nella crisi che sta attraversando il nostro paese. Il blogger Claudio Messoranel post intitolato “Goldman Sachs innesca la crisi e poi piazza Monti a risolverla”, si pone alcune domande. E nei giorni successivi ha rivelato che nella pagina italiana di Wikipedia relativa a Goldman Sachs è sparito l’elenco dei politici ed economisti che hanno lavorato con la banca d’affari.

Anche nei social network è diffusa la sensazione che le banche d’investimento siano i registi occulti della crisi attuale. Su Facebook, ad esempio, molti utenti hanno inserito tra il nome e cognome le parole “GoldmanSucks” (scritto proprio così, cioè “GoldmanFaschifo ). La politica replica con l’accusa di complottismo. Ma cosa è un complotto? E’ un piano nascosto pensato da un soggetto per raggiungere uno scopo. Ed è esattamente il risultato che abbiamo sotto gli occhi: l’improvviso protagonismo dello spread e l’attacco alla moneta unica europea. Con le banche d’affari pronte a spolpare risorse finanziarie e aziende in crisi.

Tratto da: Le banche d’affari che vogliono affossare l’euro | Informare per Resistere http://informarexresistere.fr/2011/11/27/le-banche-d%e2%80%99affari-che-vogliono-affossare-l%e2%80%99euro/#ixzz1evRnbXpG 
– Nel tempo dell’inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario! 

Grattacielo

Lo spray sui manifestanti antinucleare in Germania

ALLOSANFANE: Lo spray sui manifestanti antinucleare in Germania.

Indagine statistica sulle varie marche di tonno

I segreti del tonno.Cosa si nasconde in una scatoletta?
1. Introduzione In Italia sono ancora troppo pochi i produttori di tonno in scatola che hanno deciso di adottare precisi principi di sostenibilità, senza contare che un marchio 100% sostenibile ancora non esiste. Diversi studi realizzati da Greenpeace negli ultimi anni evidenziano il problema. Nel 2008 l’associazione ha condotto un’indagine nei supermercati italiani per verificare quali informazioni fossero disponibili sulle scatolette di tonno, scontrandosi con una totale mancanza di trasparenza: solo alcune indicavano in etichetta il nome comune della specie, mentre raramente vi erano informazioni sull’origine del tonno e nessuna sul metodo di pesca. Dopo il lancio della classifica “Rompiscatole”1, nel novembre 2010 Greenpeace ha pubblicato i risultati di un test genetico condotto su 165 scatolette di tonno provenienti da vari Paesi, tra cui l’Italia, svelando come a fronte di un’etichetta del tutto generica (“ingredienti: tonno”) il consumatore poteva acquistare scatolette di uno stesso prodotto contenenti specie diverse di tonno a seconda del lotto e, a volte, addirittura specie diverse di tonno
mescolate insieme2. Tra le cause vi è certamente l’utilizzo di
metodi di pesca distruttivi, come la pesca a circuizione con “sistemi di aggregazione per pesci” (FAD) che, catturando esemplari giovani, porta a confondere tonni di specie diverse, praticamente indistinguibili soprattutto dopo il congelamento e altri trattamenti a bordo del peschereccio. La maggior parte dei prodotti presenti sul mercato italiano non forniva alcuna garanzia né sul tipo di tonno che portiamo in tavola né sulla sostenibilità dei metodi di pesca.
Abbiamo subito chiesto all’industria del tonno e alle grandi catene di distribuzione di garantire piena tracciabilità e trasparenza ai propri consumatori e di impegnarsi a vendere solo tonno pescato in maniera sostenibile, ma cosa è successo in un anno?
Siamo andati a vedere se qualcosa è cambiato nell’etichettatura.
2. I segreti del tonno
Il tonno in scatola è la conserva ittica più comune nelle case degli italiani: ogni anno se ne consumano oltre 140 mila tonnellate. Ma pochi consumatori sanno che una pesca eccessiva, indiscriminata e troppo spesso illegale minaccia non solo le popolazioni di tonno ma l’intero ecosistema marino.
Specie a rischio
Un gruppo di ricercatori ha recentemente annunciato che ben cinque delle otto specie di tonno commerciali sono ormai a rischio di estinzione, secondo i criteri della lista rossa dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN)3. Tra le specie più minacciate il tonno rosso (Thunnus thynnus), ormai sull’orlo del collasso, e il tonno obeso (Thunnus obesus), classificato come vulnerabile, ovvero a rischio nel medio periodo. Il tonno pinna gialla, il più consumato in Italia, è tra le specie sotto pressione e secondo i ricercatori ormai sovrasfruttato o vicino al sovrasfruttamento3,4. Se la gestione della pesca seguisse il principio di precauzione, come auspicato dal Codice di Condotta FAO per la Pesca Responsabile, lo stato attuale degli stock di pinna gialla avrebbe da tempo dovuto far scattare misure gestionali restrittive per garantire la sostenibilità della pesca. Purtroppo la mancanza di una gestione efficace e l’utilizzo diffuso di metodi di pesca che catturano esemplari immaturi minacciano il tonno preferito dagli italiani.
Metodi di pesca distruttivi
Nonostante esistano metodi di pesca che hanno un impatto minimo sull’ecosistema, come la pesca con amo e lenza, la maggior parte del tonno in scatola è pescato con metodi distruttivi quali i palamiti e le reti a circuizione con sistemi di aggregazione per pesci (o FAD).

I palamiti sono cavi di nylon (travi) lunghi fino a 100 chilometri ai quali sono attaccati un gran numero di lenze più corte (braccioli), fino a 3.000, che terminano con un amo. Oltre a catturare i tonni, i palamiti causano ogni anno la morte di migliaia di uccelli marini, mante, squali e tartarughe, tra cui specie a rischio di estinzione5. Sui pescherecci è raro trovare osservatori indipendenti per controllare che vengano usate misure volte a minimizzare l’impatto di queste attività di pesca. Solo nell’Oceano Pacifico Centrale e Occidentale, la mortalità totale di squali
è stimata tra 500 mila e 1,4 milioni di esemplari l’anno, sulla base di dati raccolti da osservatori a bordo di pescherecci che utilizzano palamiti6.
I FAD sono oggetti galleggianti utilizzati per “concentrare” i tonni, che sono quindi facilmente pescati con ampie reti conosciute come reti a circuizione (purse seine). I FAD possono variare da semplici piattaforme di legno a complicati oggetti galleggianti dotati di un segnalatore satellitare e di un sonar per controllare la quantità di tonno concentrata sotto di essi. Il problema è che i FAD non attirano solo i tonni: per ogni 10 chilogrammi di tonni catturati si pesca un chilogrammo di altri animali “indesiderati” (catture “accessorie” o bycatch) tra cui esemplari giovanili di tonno, squali, mante – a volte tartarughe e delfini – e un’ampia varietà di altre specie7. Tra gli squali catturati numerose sono le specie a rischio, come lo squalo pinna bianca e lo squalo balena8. La pesca con reti a circuizione su FAD è una delle cause principali del sovrasfruttamento degli stock di tonno pinna gialla e tonno obeso, dovuto alla cattura di enormi quantità di esemplari giovani9. Considerato il grande valore commerciale di queste specie, ucciderne esemplari immaturi non è solo un atto distruttivo da un punto di vista ambientale, ma una dimostrazione della vista corta del settore.
Con i FAD le catture accessorie aumentano di ben 10 volte rispetto alla pesca con reti a circuizione direttamente sui banchi di tonno. Considerando che l’utilizzo di questi sistemi è aumentato in modo vertiginoso e incontrollato negli ultimi anni, e che oggi le catture con FAD rappresentano circa il 70%10 delle catture di tonno con reti a circuizione, è facile
intuire il grave impatto sulle risorse e sull’ambiente. Si può stimare che le catture accessorie totali dovute all’utilizzo di FAD potrebbero superare 182.500 tonnellate ogni anno11, una quantità pari a quanto servirebbe a riempire oltre 2 miliardi di lattine di tonno12, ben più di quanto viene annualmente consumato nel nostro Paese.
Pesca illegale
A una pesca eccessiva e svolta con metodi distruttivi si aggiunge il grave problema della pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata (INN). Nel Pacifico, da dove arriva la maggior parte del tonno, circa il 30% delle catture annuali proviene dalla pesca illegale13. I danni che ne derivano incidono sugli equilibri dell’ecosistema marino, ma anche sulle popolazioni locali, che vengono così derubate delle loro risorse.
3. Metodologia
I dati di questo rapporto sono stati raccolti tramite un monitoraggio condotto tra settembre e ottobre 2011 dai volontari di Greenpeace in 173 punti vendita in tutta Italia su oltre duemila scatolette. I volontari hanno registrato tramite apposite schede cartacee (vedi Allegato I) le informazioni presenti sulle etichette delle scatolette di tonno dei marchi più diffusi sul mercato italiano. I dati sono poi stati inseriti in un database e sottoposti ad analisi, in modo da definire per ogni marchio la percentuale di presenza di ciascuna informazione riportata in etichetta.
Si è concentrata l’attenzione sulle aziende valutate nella classifica “Rompiscatole” di Greenpeace14, le cui etichette erano già state oggetto di monitoraggio nel dicembre 2008: queste aziende coprono la maggior parte del mercato italiano del tonno in scatola. Dei marchi monitorati, 22 in tutto, fanno parte sia quelli propri dei giganti della grande distribuzione, come tonno Coop, Auchan, Carrefour, Esselunga e Conad, sia quelli di aziende private (vedi tabella 1). Sono state prese in considerazione varie tipologie di prodotti (come tonno all’olio d’oliva, tonno al naturale, etc.), sia in lattina che in vasetti di vetro, mentre non sono stati oggetto di questo lavoro i prodotti trasformati quali sughi pronti, insalate o prodotti in tubetto.In ogni supermercato visitato è stata considerata una confezione per ogni tipologia di prodotto dei diversi marchi presenti. Questo ha portato ad analizzare numeri diversi di scatolette per i diversi marchi, a seconda della loro distribuzione sul mercato. Come atteso, il campionamento ha interessato un numero maggiore di scatolette dei marchi più diffusi, perfettamente in linea con l’obbiettivo dell’indagine che puntava a valutare complessivamente quello che il consumatore normalmente trova nel reparto tonno in scatola.
Si è valutata la presenza in etichetta delle informazioni necessarie ai consumatori per conoscere il tipo di tonno comprato e avere a disposizione elementi sufficienti per una scelta consapevole al momento dell’acquisto. È stata conteggiata la presenza in etichetta di: nome comune della specie di tonno, nome scientifico, area di pesca (oceano di origine e specifica area FAO), metodo di pesca, data di cattura, nome e Paese del produttore della scatoletta,
nome e Paese del distributore. Sono stati considerati solo i dati visibili al consumatore al momento dell’acquisto sulla scatoletta o sul packaging, senza dover aprire eventuali cartoni o confezioni.
Un fattore da tenere in mente è che questo monitoraggio ha registrato le informazioni presenti sui prodotti in vendita nei supermercati al momento dell’indagine. Considerato che spesso le scorte dei supermercati durano mesi, per le aziende che hanno recentemente cambiato la propria etichettatura è possibile trovare sul mercato una situazione dinamica, almeno per un periodo di transizione, in cui coesistono prodotti vecchi e nuovi.

4. I risultati
Quando un consumatore mette nel carrello della spesa una scatoletta di tonno non sa davvero cosa compra. Il nostro monitoraggio rivela che in etichetta continuano a esserci ben poche informazioni.Cosa (non) troviamo quando andiamo al supermercato?
– nel 52% delle scatolette analizzate non viene indicata la specie di tonno e l’unica informazione fornita è un generico “ingredienti: tonno”. Quando la specie è riportata in etichetta viene prevalentemente indicata con il nome comune, mentre il nome scientifico viene usato solo nel 12% dei casi. Quando indicata, la specie è nella maggior parte dei casi tonno pinna gialla, messa in evidenza sul cartone della confezione quasi fosse un marchio di qualità, ma poche volte indicata negli ingredienti, come richiederebbe una vera etichettatura trasparente;
– pochi ci dicono da dove arriva: nel 93% delle scatolette non vi è alcuna indicazione dell’area di pesca. Solo AsdoMar, Donzela, Coop e in parte Mareblu indicano chiaramente da che oceano arriva il proprio tonno;
– quasi nessuno specifica come il tonno è stato pescato: il metodo di pesca è presente solo sul 3% delle scatolette, per lo più le nuove confezioni del marchio AsdoMar;
– nessuno indica quando il tonno è stato pescato (data di cattura);
Tabella 1: I dati relativi alla metodologia del monitoraggio.
Monitoraggio
N° di scatolette 2171 N° di punti di vendita 173 N° di città 70
Nome delle città
Albano Sant’Alessandro (BG), Albino, Bari, Barletta, Basaluzzo, Bergamo, Bologna, Brescia, Casamassima, Casciavola (Pisa), Cascina (Pisa), Cassano d’Adda, Catania, Chiavari, Città Sant’Angelo (PE), Curno, Empoli, Fano, Ferrara, Firenze, Galatone, Genova, Genzano di Roma, Gravina di Catania, Inzago, Latisana, Laveno Ponte Tresa (VA), Lecce, Marcon, Margherita di Savoia, Mascalucia (CT), Maserada sul Piave, Mestre VE, Milano, Misterbianco, Monsummano Terme, Montebelluna (TV), Montesilvano (PE), Napoli, Oggiona con Santo Stefano (VA), Padova, Paese (TV), Palermo, Perugia, Pescara, Pioltello, Pisa, Porto Cesareo, Quarrata, Quinto di Treviso, Rimini, Roma, Rutigliano, S. Ferdinando di Puglia, S. Paolo D’Argon (BG), Salerno, San Giovanni Teatino (CH), Savignano sul Rubicone (Forlì Cesena), Seriate, Sesto Fiorentino (FI), Teramo, Torino, Trescore Balneario (BG), Treviso, Trinitapoli, Umbertide (PG), Varese, Venezia, Verona, Vimodrone (MI).
Categorie di prodotti Tonno al naturale, tonno in olio di oliva, tonno in olio extra-vergine di oliva, tonno in olio di semi, tonno al naturale in gelatina vegetale, tonno al vapore, tonno al vapore con un filo d’olio.Tonno in filetti, trancio di tonno, trancio intero di tonno, ventresca di tonno, briciole di tonno.
N° di marchi 22 Marchi/Aziende monitorati
Riomare, Palmera, Alco (Bolton Alimentari); Nostromo (Gruppo Calvo); MareAperto (STAR); Mareblu (MWB); Maruzzella (Mazzola); As do Mar (Generale Conserve); Consorcio, Moro, Angelo Parodi, Donzela (Icatfood); Callipo (Callipo); Auriga, San Cusumano, (Nino Castilglione); Carrefour (Gruppo Carrefour); Auchan, Simply, SMA (Gruppo Auchan); Coop (Coop); Conad (Conad); Esselunga (Esselunga).
3- il nome della compagnia che ha inscatolato il tonno è presente nel 39% dei casi e il Paese dove la lavorazione è avvenuta nel
59%. Tale informazione è chiara quando il prodotto è inscatolato in Italia, ma molto spesso manca quando il prodotto viene inscatolato in altri Paesi. È importante che sia sempre presente per non trarre in inganno il consumatore, che trovando solo il nome del distributore italiano potrebbe pensare che il prodotto arrivi dal nostro Paese.

4 I marchi IOMARE, PALMERA E ALCO

lt n Alimentari S.p.a è l’azienda leader del mercato italiano con i marchi Rio Mare, Palmera e Alco. Scarse le informazioni in etichetta: solo i prodotti a marchio Rio Mare mostrano il nome comune della specie sulla maggior parte delle confezioni (77%), e il nome scientifico nel 12% dei casi; nessun marchio riporta invece informazioni su provenienza e metodi di pesca.
Qual è il segreto di Bolton? Non vuole farci sapere che utilizzerà metodi di pesca sostenibili solo nel 45% dei suoi prodotti?15 Questa sicuramente non può essere definitiva “qualità responsabile”, come si legge sulle nuove confezioni Rio Mare.
NOSTROMO
Del Gruppo spagnolo Calvo, è una delle scatolette più vendute in Italia. Nessuna trasparenza per il consumatore: sui prodotti non ci sono informazioni, se non nel 19% dei casi, dove viene indicato il nome comune della specie di tonno.
Qual è il segreto di Nostromo? Vuole nasconderci che, non avendo preso alcun impegno per una pesca sostenibile, potrebbe utilizzare nelle sue scatolette stock di tonno sotto pressione, pescati con metodi distruttivi?16
MAREBLU
Il tonno Mareblu è commercializzato da Marine World Brand (MWB), leader sul mercato europeo. Nel 77% delle scatolette analizzate è presente il nome comune, mentre l’area di pesca c’è solo nel 10% dei casi. Mareblu ha da poco pubblicizzato di aver posto tali informazioni sulle lattine, definite “trasparenti”: peccato che le confezioni che le contengono non lo siano, negando al consumatore l’accesso ai dati prima dell’acquisto. L’azienda inoltre non fornisce informazioni sui metodi di pesca utilizzati.
Qual è il segreto di Mareblu? Non vuol far sapere ai consumatori italiani che si è impegnata per una pesca sostenibile senza FAD solo sul mercato inglese?17
MAREAPERTO-STAR
Il tonno MareAperto è uno dei marchi più comuni in Italia, ma anche uno dei meno trasparenti. Sulle scatolette STAR non è presente alcun tipo di informazione, se non raramente il nome comune della specie.
Qual è il segreto di STAR? Non vuole farci sapere che non ha ancora preso alcun impegno contro l’uso di tonno pescato con metodi distruttivi?18
ASDOMAR
Generale Conserve, titolare del marchio, ha fatto passi avanti nell’etichettatura dei prodotti As do Mar. È l’unica azienda in Italia che ha iniziato a mettere sulle nuove confezioni (25% dei prodotti al momento presenti sugli scaffali): nome comune e scientifico del tonno, area di pesca (oceano e area FAO) e metodo di pesca. La volontà di essere trasparente è legata alla scelta dell’azienda di vendere dei prodotti sostenibili come il tonnetto striato (Katsuwonus pelamis o skipjack) pescato con amo e lenza. Peccato che continui a non far sapere se la pesca con reti
a circuizione è fatta con FAD oppure no.
Qual è il segreto di Asdomar? Non vuole farci sapere che non si è ancora impegnato a bandire l’uso di tonno pescato con i FAD?19
5
SAN CUSUMANO, AURIGA
Il tonno San Cusumano e il tonno Auriga sono prodotti dall’azienda Nino Castiglione. Sulla maggior parte delle scatolette è presente il nome comune della specie, ma nessun altro tipo di informazione è disponibile ai consumatori. Eppure questa azienda produce scatolette anche per marche di supermercati molto importanti dove invece fornisce informazioni sull’area di pesca di origine.
Qual è il segreto di Castiglione? Non migliora la propria trasparenza perché gli impegni presi per la sostenibilità sono pochi e continua a utilizzare tonno pescato con metodi distruttivi come palamiti e FAD?20
GALLIPO
Scatolette indicano il nome comune della specie (90%) ma quasi mai quello scientifico, mentre nessuna informazione viene fornita sull’area o i metodi di pesca. Eppure l’azienda si era impegnata a non utilizzare palamiti e reti a circuizione con FAD nel 75%21 dei propri prodotti.
Qual è il segreto di Callipo? Non vuole farci sapere se e come ha mantenuto fede a quanto promesso? CONSORCIO, MORO, ANGELO PARODI E DONZELA
Tutti questi marchi sono commercializzati in Italia dall’azienda Icat Food. Per il tonno Consorcio o Parodi, a parte qualche rara indicazione della specie, le etichette non forniscono alcun tipo di informazione, mentre il tonno Moro indica nel 30% dei casi il nome comune e il nome scientifico. Sul tonno Donzela invece troviamo in oltre il 40% dei casi il nome scientifico, l’oceano e l’area FAO di pesca, e in alcuni casi un primo tentativo di indicare il metodo di pesca, chiaro segnale che se una marca vuole può informare i consumatori.
Qual è il segreto di Icat Food? Non garantire la stessa trasparenza in tutti i suoi marchi perché parte del proprio tonno potrebbe essere pescato in modo poco sostenibile?

MARUZZELLA
La ditta Mazzola non fornisce sui prodotti Maruzzella nessun tipo di informazione al consumatore, che rimane completamente ignaro del tipo di tonno che porta in tavola, dell’oceano di provenienza o di come sia stato pescato.
Qual è il segreto di Maruzzella? Vuole nasconderci che nelle sue scatolette potrebbe finire tonno a rischio e pescato con metodi distruttivi, visto che non ha adottato alcun tipo di politica di sostenibilità?
COOP
I marchi propri dei supermercati (“private label”), le scatolette Coop sono quelle che presentano maggiori informazioni: il nome comune viene indicato praticamente sempre, e nella maggior parte accompagnato dal nome scientifico, e nel 52% dei casi dagli oceani di provenienza, senza però indicare l’origine specifica. Nessuna informazione invece sui metodi di pesca.
Qual è il segreto di Coop? Vuole nascondere che, pur avendo adottato precisi principi di sostenibilità, nelle sue scatolette potrebbe finire ancora tonno pescato con palamiti e reti a circuizione con FAD?22
6
CONAD
Negli ultimi anni le informazioni presenti sul tonno Conad non sono cambiate: sulla maggior parte delle scatolette si indica solo il nome comune, che in molti casi è tonno pinna gialla – utilizzato come garanzia di qualità più che come indicazione tra gli ingredienti.
Qual è il segreto di Conad? Non vuole farci sapere che, in assenza di garanzia sulla sostenibilità del proprio tonno, nelle sue scatolette potrebbero finire tonni da stock sovrasfruttati e/o pescati con metodi di pesca distruttivi?
ESSELUNGA
Indica su quasi tutti i propri prodotti nome comune e scientifico della specie di tonno, non specifica però né area né metodo di pesca. Nonostante Esselunga abbia fatto dei passi avanti, le sue scatolette non sono ancora sostenibili.23
Qual è il segreto di Esselunga? Vuole nascondere che il proprio tonno potrebbe essere pescato con reti a circuizione con FAD?
CARREFOUR
Carrefour indica il nome comune della specie nel 67% delle scatolette analizzate e quello scientifico solo nel 10% dei casi, presentando vicino alle scatolette contenenti tonno pinna gialla, anche quelle con il meno sfruttato tonnetto striato. Non vengono però indicati area o metodi di pesca. Non ha quindi migliorato la propria trasparenza rispetto al monitoraggio fatto nel 2008.
Qual è il segreto di Carrefour? Vuole nascondere che nelle sue scatolette potrebbe finire tonno pescato in modo insostenibile?
AUCHAN, SIMPLY E SMA
Auchan, catena francese della grande distribuzione tra le più importanti in Italia, è responsabile della distribuzione del tonno Auchan, Simply e SMA fino a esaurimento scorte. Sulla maggior parte dei prodotti SMA e Simply è presente il nome comune della specie, mentre per i prodotti Auchan si scende a un 53%.
Qual è il segreto di Auchan? Vuole nascondere che, non avendo adottato alcuna politica di sostenibilità, potrebbe vendere tonno pescato con metodi di pesca24 dannosi per l’ambiente?
È legale?
L’Unione Europea non richiede una specifica etichettatura per il tonno in scatola25. Le conserve possono essere vendute con una scritta generica “tonno” per identificare diverse specie commerciali, come il tonno alalunga, obeso, pinna gialla o il tonnetto striato. Per i prodotti ittici freschi in Italia vi è l’obbligo, dal
200226, di indicare nome comune e scientifico, metodo di produzione e area di origine: questo però non riguarda i prodotti “in scatola”. Una nuova legge, approvata a inizio 201127, stabilisce nuove regole in materia di etichettatura degli alimenti trasformati e non. Tra questi dovrebbero esserci anche le conserve di tonno, ma non è ancora chiaro come ciascuna filiera alimentare si adatterà a tale normativa e si attendono i vari decreti attuativi. Se applicata a questo comparto, la nuova norma obbligherebbe le aziende a specificare almeno la provenienza del tonno utilizzato.
5. L’alternativa esiste

Rispetto a due anni fa, quando Greenpeace Italia ha lanciato la campagna “Tonno in trappola” , la situazione delle scatolette di tonno non è molto migliorata. Per quanto alcune aziende abbiano fatto lo sforzo di aggiungere qualche informazione in più sulle etichette, invece del generico “ingredienti: tonno”, la maggior parte dei prodotti presenti sul nostro mercato non offre informazioni sufficienti per permettere al consumatore una scelta consapevole al momento dell’acquisto.È relativamente frequente trovare sulle confezioni il nome comune della specie, dato riportato dalle aziende non tanto come strumento di informazione trasparente per il consumatore ma come strategia per orientarlo all’acquisto. Nella maggior parte dei casi infatti, se è citata la specie si tratta del “tonno pinna gialla”, identificato sul nostro
mercato come il tonno “migliore”, anche se in realtà gli stock di questa specie sono al limite dello sfruttamento, minacciati da metodi di pesca distruttivi. Nulla ci viene detto invece sull’origine del tonno che è stato messo in scatola o su come è stato pescato.
Anche se non vi è un obbligo di legge (vedi BOX: È legale?), in altri Paesi europei le aziende, e soprattutto le più importanti catene di supermercati, hanno iniziato a rendere disponibili tali informazioni sulle proprie scatolette. È spontaneo chiedersi perché i principali marchi del nostro mercato (tra i maggiori al mondo) non lo stiano ancora facendo. Cosa hanno da nascondere? Forse non sono in grado di garantire una piena tracciabilità dei propri prodotti? O non vogliono farci sapere che ci fanno mangiare specie a rischio? Oppure che la pesca del tonno che finisce nelle loro scatolette, oltre a distruggere gli stock di tonno, causa l’uccisione ogni anno di migliaia di squali e tartarughe? In assenza di informazioni, i consumatori italiani continuano a essere complici ignari della distruzione dei mari, senza avere la possibilità di scegliere.
Eppure fornire i dati in etichetta è possibile anche in Italia, se vi è la volontà dell’azienda a essere trasparente. Ne è una prova la nuova etichettatura dei prodotti AsdoMar che riporta il nome comune e scientifico della specie, l’area di pesca e il metodo utilizzato, anche se non specifica l’eventuale uso di FAD. È ora che anche le altre aziende si adeguino.Tracciabilità, scelte sostenibili e trasparenza sono strettamente legate tra loro. La tracciabilità dei prodotti è il primo passo per un’azienda per sapere da dove arriva il proprio tonno (e come è stato pescato) e quindi per poter scegliere quale comprare. Il secondo è quello di adottare politiche di acquisto che la impegnano a utilizzare solo tonno pescato in maniera sostenibile. Una volta fatta questa scelta siamo sicuri che l’azienda avrà tutto da guadagnare nel comunicare tali informazioni ai propri clienti, senza dover più nascondere nulla. L’alternativa esiste. Per salvare il tonno, bisogna:
eliminare gli attrezzi pericolosi, preferendo tonno pescato in modo sostenibile, per esempio con amo e lenza o senza FAD;evitare le specie a rischio, preferendo quelle meno sfruttate come il tonnetto striato (sempre assicurandoci che non venga pescato con i FAD);
sostenere la creazione di riserve marine; esigere una gestione sostenibile della pesca, che impedisca alle flotte di pescare troppo e senza regole;non comprare tonno di dubbia provenienza, per non incentivare il mercato della pesca illegale e/o distruttiva.
Cambiare è possibile. In Inghilterra tutti i più importanti marchi di tonno e le marche “private label” delle maggiori catene di supermercati hanno deciso di utilizzare solo tonno pescato con amo e lenza e senza FAD, trasformando il mercato britannico. In Italia non esiste ancora una scatoletta di tonno
100% sostenibile, e con così poche informazioni in etichetta è difficile per un consumatore attento alle problematiche ambientali orientarsi. Cosa stiamo aspettando?
È ora che anche in Italia l’industria del tonno e le grandi catene di distribuzione garantiscano piena tracciabilità e trasparenza ai propri consumatori, ripuliscano i loro prodotti da specie a rischio e si impegnino a vendere solo tonno pescato in maniera sostenibile. Solo in questo modo si potranno realizzare cambiamenti positivi anche in mare.
Greenpeace sta lavorando all’aggiornamento della classifica “Rompiscatole”. Ci auguriamo che il prossimo anno il consumatore italiano possa trovare sullo scaffale prodotti veramente trasparenti e sostenibili.Nel frattempo i consumatori possono esprimere la propria opinione sul tonno in scatola andando direttamente sul sito di Greenpeace: www.tonnointrappola.it, e partecipando al sondaggio “Tonno in trappola: Dì la tua”.
Dalle scatolette a cambi reali in mare:
Greenpeace sarà presente alla prossima riunione della Commissione che gestisce la pesca nell’Oceano Pacifico Centrale e Occidentale (West and Central Pacific Fisheries Commission – WCPFC) che si terrà agli inizi di dicembre a Palau, per chiedere che vengano prese efficaci misure di gestione per salvare gli stock
di tonno obeso e pinna gialla, oggi in gravi condizioni. È importante che si vieti ogni tipo di pesca nelle zone d’alto mare conosciute come “Pacific commons” (o “high seas pockets”) dove la pesca selvaggia è permessa dall’assenza di regole (si tratta di acque internazionali) e che si decida per una moratoria permanente dell’uso dei FAD. Le
aziende e le grandi catene di distribuzione con le loro scelte possono influenzare positivamente questi processi politici e contribuire così alla tutela degli stock di tonno e di tutto l’ecosistema marino. Note

Salviamo gli squali!

 

Legge stabilità: a rischio parchi e aree marine protette

Dal sito : il Cambiamento

Legge stabilità: a rischio parchi e aree marine protette

La Legge di Stabilità  destina solo lo 0,7% delle risorse della manovra all’ambiente. A rischio chiusura sono 10 aree marine protette. Legambiente e WWF denunciano le conseguenze del provvedimento per la natura nel nostro Paese.

 “Con questa finanziaria vengono ridotti della metà i fondi destinati alle aree marine protette che rischiano così di chiudere. Il mare protetto ha già risorse molte scarse, inadeguate a tutelare la biodiversità. L’Italia deve proteggere questo patrimonio naturale e non ridurre una delle poche politiche ambientali di punta per il nostro Paese”. Questo il commento di Antonio Nicoletti, responsabile Aree Protette di Legambiente, riguardo la Legge di Stabilità che sabato ha ricevuto l’approvazione della Camera.

E in riferimento alla Legge di Stabilità è intervenuto anche il WWF Italia. “Nella Legge di Stabilità 2012 si fotografa la debacle del Ministero dell’Ambiente sulle Aree Protette, fiore all’occhiello della protezione delle natura del nostro Paese, nel 2011 anno del ventennale della legge quadro sulle aree protette (Legge n 394/1991)”.

“Ci troviamo di fronte ad un cocktail micidiale che rischia di ammazzare le aree protette nazionali – denuncia Stefano Leoni, presidente del WWF Italia – composto dal combinato disposto della riduzione della metà dei fondi destinati ad interventi dai parchi nazionali (dai 7 milioni di euro previsti per il 2012 dalla Legge di Stabilità 2011, ai 3,5 milioni di euro della Legge di Stabilità 2012), dalla riduzione di un terzo dei fondi previsti nel bilancio del Ministero per le are marine protette (che nella Legge di Stabilità 2011 ammontavano a 5,5 milioni circa) che rischia di portare alla chiusura di 10 parchi marini nazionali su 29 e dalla mancata correzione della norma della manovra correttiva 2010 (art. 6, c. 2 del dl 78/2010, convertito nella legge 122/2010) nella quale si stabilisce che i presidenti (e quindi anche i commissari) dei parchi debbano svolgere un ruolo pubblico di alta responsabilità gratuitamente.                                                                                              Ciò avviene quando si doveva uscire dai numerosi commissariamenti in atto e quando sono in scadenza le nomine ministeriali, d’intesa con le Regioni, di numerosi presidenti di parco, carica per la quale, vista la gratuità, sarà difficile trovare persone competenti che si assumano delicate responsabilità amministrative. Ne esce un quadro desolante della capacità politica di influire sulle scelte del Governo da parte del Ministero dell’ambiente, ma anche della ‘sensibilità ambientale’del Governo dimissionario in carica. Solo i 25 parchi nazionali terrestri potranno vivacchiare senza però capacità di intervento, essendo garantiti solo i fondi per il loro funzionamento ordinario”.

A conferma della marginalità del tema ambiente il WWF rileva che la Legge di Stabilità 2012 destina ad interventi in campo ambientale la misera cifra di 43,697 milioni di euro (per pagare gli interventi sulla difesa del mare, sulle aree protette, sulla CITES convenzione internazionale per le specie in via di estinzione e le attività dell’ISPRA, l’istituto di ricerca del Ministero) equivalenti allo 0,7% del totale della manovra (da 5,653 miliardi di euro nel 2012), cifra che raggiunge quota 2,1% se si aggiungono, impropriamente, i 75,833 milioni di euro previsti quale accantonamento (come si sa puramente figurativo) per la difesa del suolo.

 

Area_marina_protetta_plemmirio
Germani_reali_al_ciane_nov

Lo scioglimento dei ghiacciai e ‘ lo tsunami’di montagna minacciano il piccolo regno himalayano del Bhutan – Worldcrunch – Tutte le notizie è globale

Lo scioglimento dei ghiacciai e ‘Mountain tsunami’ Minacciare regno himalayano del Bhutan – Worldcrunch – .