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Troppe navi sospette affondate nei mari italiani

Una nave dei veleniAltra nave dei veleni in CalabriaUn documento inedito, cioè la parte segreta di una seduta della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti dice che le navi cercate a Cetraro sono tre, non una. E che sono stati pescati fusti in mare. Ma nessuna delle tre navi corrisponde alle misure e alla profondità del “Catania“, il relitto della prima guerra mondiale ritrovato proprio dove si credeva potesse esserci una nave dei veleni.
Così, dopo la dichiarazione di chiusura del caso di Cetraro,  una mera ipotesi, oggi ritorna a prendere corpo. Come resta, nero su bianco, il verbale che riporta tracce di cesio rinvenute nei pesci. Analisi, lo ricordiamo, scomparse nel nulla. L’ inedito si riferisce ad una seduta del 24 gennaio 2006 dove il pm Franco Greco, che all’epoca aveva aperto l’inchiesta sulla nave di Cetraro, dice davanti alla commissione che i pescatori della zona hanno pescato dei bidoni: “Ho cercato in tutti i modi di capire quale fosse il luogo preciso. Mi sono state date delle coordinate, che ho riportato al consulente, per verificare il sito…. Ed è stato rilevato un corpo estraneo della lunghezza di 126 metri. I consulenti non si spiegano cosa sia. Potrebbe essere una nave… si trova a 680 metri di profondità”.
Una nave, non l’unica nave. Si legge nel documento di un secondo ritrovamento: una nave lunga tra gli 88 e i 108 metri, larga dai 15 ai 20 metri, a 380 metri di profondità. Intorno alla pancia di questo relitto c’è un alone di 200 metri quadri, scuro, che non può essere liquido e deve per forza essere il carico della nave che appoggiandosi, si è aperto ed è fuoriuscito”.Greco ha chiesto alla Capitaneria di Porto se c’erano navi da guerra affondate in quell’area. Alla Capitaneria non risultavano unità da guerra. Risultava solo una nave affondata nel 1989, a 15 miglia, verso Scalea. Incrociando dati con l’ufficio maridrografico di Genova, Greco scoprì che esisteva un relitto della prima guerra mondiale ma scoprì anche due grandi punti interrogativi: la nave risulterebbe affondata nel 1920, cioè dopo la fine della guerra.                                                                              Si chiamava “Federico II”, ma gli atti sono “classificati, ossia coperti da segreto militare”. Un segreto militare dopo ottanta anni dall’affondamento?

La nave di cui parla invece Fonti sarebbe affondata nel ’92. Le mappe nautiche riportano la Federico II dal 1993, come relitto non pericoloso con battente d’acqua sconosciuto. “Il che vuol dire – dice il pm Greco – che non sanno cos’è; ma allora come fanno a dire che non è un relitto pericoloso? Ho chiesto il motivo per il quale questa nave non è stata mai riportata nelle mappe nautiche e non mi hanno saputo dare una risposta”. Nella zona della nave Federico II la Capitaneria di Porto di Cetraro vietò la pesca per un anno e quattro mesi perché proprio lì le analisi hanno rilevato metalli pesanti, tra cui arsenico e mercurio, fuori dai livelli consentiti. Come mai proprio in quel punto la concentrazione dei metalli?
La seduta segreta tra Greco e la commissione viene sintetizzata in una domanda che lo stesso Presidente della Commissione rivolge al pm: “Dottore, mi faccia capire, mi sto perdendo. C’è quindi una nave certa, una che si vede e una che potrebbe esserci”. E il pm risponde: “Sì, quello è il posto dove sono stati trovati i bidoni”.

Non era la ’Cunski’ la nave affondata al largo di Cetraro in Calabria”, “caso chiuso”. Lo hanno detto ottobre 2009, in una conferenza stampa presso la Direzione nazionale antimafia (Dna), il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo e il procuratore capo della Dna Piero Grasso. Il ministro Prestigiacomo ha precisato in conferenza: “Non è la nave dei veleni ma è la nave passeggeri “Catania”, costruita a Palermo nel 1906 e silurata nel corso della Prima guerra mondiale il 16 marzo 1917».Lo hanno stabilito le ricerche della nave “Mare oceano”, noleggiata (a 40.000 euro al giorno) dal governo per svelare l’identità del relitto  e verificare, nei pressi, eventuale inquinamento radioattivo delle acque. La “Mare Oceano” è di Diego Attanasio, armatore coinvolto nel caso Mills-Berlusconi

Tre navi “sospette” e una strana sostanza: la polvere di marmo. Granulosa e sottile, capace di schermare le scorie radioattive. Di limitarne la devastante capacità inquinante durante il trasporto e di renderle invisibili ai rilevatori durante i controlli nei porti. Una polvere che, dalle carte d’imbarco, risultava custodita in grandi quantità nelle stive di alcune imbarcazioni affondate in circostanze poco chiare nel Mediterraneo tra il 1986 e l’88. Tre sono colate a picco in acque internazionali, davanti alle coste calabresi: la “Mikigan” il 31 ottobre del 1986, venti miglia a sud-ovest di Capo Vaticano; la “Rigel” il 21 settembre 1987, venti miglia al largo di Capo Spartivento; e la “Four Star I” il 9 dicembre 1988 in un punto imprecisato del mar Jonio meridionale. La prima era partita dal porto di Marina di Carrara, la seconda pure, la terza, invece, proveniva da Barcellona (Spagna). La “Mikigan” rimase a galla per dodici ore, la “Rigel” per diciotto: l’equipaggio, che non lanciò incredibilmente l’SOS, venne soccorso da una nave iugoslava – la “Karpen” – che stranamente si trovò sul luogo del naufragio. Il comandante ed i marinai, tuttavia, anziché essere portati in un porto calabrese o siciliano, furono fatti sbarcare in Tunisia e non vennero mai più rintracciati. L’armatore ed i caricatori del natante, invece, finirono sotto processo e quindi condannati per truffa alle assicurazioni con una sentenza emessa dal Tribunale di Livorno, poi passata in giudicato nel dicembre del 2001. Il relitto della “Rigel” non è mai stato ritrovato proprio perchè vennero trasmesse ai Lloyd’s di Londra coordinate del punto di affondamento diverse da quelle reali.La “Four Star I”, battente bandiera dello Sri Lanka, finì sui fondali dello Jonio in circostanze mai completamente ricostruite e in un punto non individuato. I relitti delle tre imbarcazioni, peraltro, non sono mai stati ritrovati. All’epoca dei naufragi, peraltro, era difficile immaginare inquietanti contesti animati da faccendieri e imprenditori senza scrupoli coinvolti nell’illecito smaltimento di rifiuti radioattivi. Gli affondamenti diventavano oggetto d’attenzione solo per i Lloyd’s londinesi e, probabilmente, per i servizi di sicurezza dei Paesi mediterranei. Eppure, già negli anni ’80, lo smaltimento illegale delle sostanze altamente nocive rappresentava un enorme business.  Il metodo più semplice, efficace e redditizio per liberarsi dei rifiuti speciali era quello di mandarli in fondo al mare, attraverso il pilotato naufragio di imbarcazioni regolarmente assicurate e abbondantemente usurate.                                               L’espediente, con la compiacenza degli equipaggi, garantiva due risultati: l’incasso della polizza e lo stoccaggio a prezzi ridotti del “materiale” inquinante. Le indagini sulle “navi dei veleni” condotte dalla magistratura di Reggio Calabria, cominciate dal pm Francesco Neri e concluse dal suo collega Alberto Cisterna, non hanno però sortito i risultati sperati. L’impegno dei magistrati inquirenti e degli investigatori è stato eccezionale ma la cortina fumogena azionata per coprire l’immondo traffico ha obiettivamente impedito ai togati di far luce sui complessi accadimenti. C’è un’altra nave, la “Aso”, che naufragò il 16 maggio 1979 a largo di Locri e di cui nell’inchiesta di Reggio figuravano stazza, carico e coordinate di rotta. Trasportava 900 tonnellate di solfato ammonico. L’ufficiale di Marina Natale De Grazia, morto il 13 dicembre 1995, l’aveva inclusa nel lungo elenco degli affondamenti sospetti. Con altre imbarcazioni che dormono, da anni, a più di mille metri di profondità: la “Koraline”, colata a picco il 7 novembre 1995, cinquanta miglia a nord di Ustica; la “Marco Polo” affondata nel Canale di Sicilia il 14 marzo 1993; e la “Alessandro I” naufragata il primo febbraio 1991 a largo di Molfetta. Scheletri di ferro divenuti sinistri guardiani degli abissi mediterranei. Relitti di cui il pentito Francesco Fonti non sa nulla e che dalle carte nautiche internazionali risultano davvero affondate. Dettagli tecnici e alcune delucidazioni fornite dai magistrati calabresi sul pentito di ’ndrangheta Francesco Fonti, che confessò d’aver personalmente affondato tre navi, nei mari della Calabria, cariche di rifiuti tossici. Dalla storia di queste imbarcazioni bisognerà ricominciare per far luce sulle cosiddette “navi a perdere”. Navi di cui parlarono – dieci anni prima del discusso collaboratore di giustizia calabrese – manager e faccendieri del calibro di Marino Ganzerla, Renato Pent, Aldo Anghessa e Gianpaolo Sebri. Navi che aspettano di essere trovate…

Sarebbe altresì interessante capire perché, nel 2008, il Dipartimento di Reggio Calabria dell’Arpacal abbia evidenziato nelle acque di Cetraro, esaminando le specie ittiche per i radionuclidi appartenenti alle famiglie dell’uranio, del torio e del cesio, la presenza di tracce di Cesio 137″.

 

Pericolosamente inquinanti i microframmenti di plastica

crostacei delle zooplancton inquinati da mricroframmenti plastici

crostacei delle zooplancton inquinati da microframmenti plastici

Mark Anthony Browne, un post-dottorato presso NCEAS, aveva due obiettivi quando ha iniziato lo studio: guardare se le sostanze chimiche spostate dalla microplastica nei tessuti degli organismi, e determinare eventuali impatti sulla salute e le funzioni che sostengono la biodiversità. Le microplastiche sono pezzi a dimensioni micrometriche erosi da frammenti di plastica di grandi dimensioni, a partire da fibre provenienti dal lavaggio d’indumenti o da granuli di plastica aggiunto ai prodotti di pulizia. Microplastiche sono poi consumate da una varietà di animali, a partire da quelli che sono in basso nella catena alimentare. Questi piccoli pezzi di plastica come magneti, attirano gli inquinanti fuori dell’ambiente e li allegano alla plastica. Questo lavoro è importante perché oggi negli Stati Uniti e all’estero considera la microplastica come non pericolosa “, ha detto Browne . ” Ma il nostro lavoro dimostra che grandi accumuli di microplastica hanno un potenziale d’impatto sulla struttura e il funzionamento degli ecosistemi marini “. Browne ha prodotto esperimenti di laboratorio con i colleghi del Regno Unito in cui espongono (Arenicola marina) per la sabbia con il 5 per cento microplastica (polivinilcloruro) e, che contenevano anche comuni inquinanti chimici (nonilfenolo, fenantrene) e additivi (triclosan, PBDE – 47). I risultati hanno mostrato che le sostanze inquinanti e additivi da microplastica ingerite erano presenti nei tessuti dei vermi a concentrazioni che ne compromettevano le funzioni chiavi che normalmente sostengono la salute e la biodiversità.                                                                                    “Nel nostro studio, additivi, come il triclosan (un antimicrobico), incorporate nella plastica durante la fabbricazione, -ha detto Browne- hanno causato mortalità e diminuito la capacità delle arenicole marine a progettare sedimenti “. ” Inquinanti su microplastiche hanno aumentato la vulnerabilità delle arenicole agli agenti patogeni mentre la plastica stessa ha causato uno stress ossidativo . “Come soggetti di prova, le arenicole non sono state scelte a caso. Si trovano negli Stati Uniti e in Europa, dove essi costituiscono fino al 32 per cento della massa degli organismi viventi su alcune coste, e sono consumati da uccelli e pesci e utilizzati come esca dai pescatori. Quando i vermi si nutrono, si spogliano dei sedimenti di limo e di materia organica, dando luogo a un numero unico e diverso di specie. Di conseguenza, i governi utilizzano questa specie per testare la sicurezza delle sostanze chimiche che sono scaricate in habitat marini .”. Essi soffrono, – ha detto Browne dei vermi- anche di una mortalità di massa durante l’estate “. “Nelle zone dove si è verificata grande mortalità, vi è stato ampio sviluppo urbano in modo da alcuni dati di questa mortalità di massa potrebbero essere potenzialmente legati alla plastica. In una calda giornata estiva quando la marea è fuori, questi organismi cuociono un po’ perché i loro livelli di perossido d’idrogeno aumentano. E abbiamo scoperto che la plastica riduce la capacità degli antiossidanti di assorbire il perossido d’idrogeno . “Anche nella sabbia sono trasferite grandi concentrazioni d’inquinanti – fino al 250 per cento – nei tessuti, inquinanti e additivi del verme provengono da microplastica accumulata nell’intestino a concentrazioni tra il 326 per cento e 3.770 per cento superiori a quelli nei sedimenti sperimentali. Il nonilfenolo tipico inquinante da microplastica o sabbia sopprime la funzione immunitaria di oltre il 60 per cento. Il triclosan da microplastica diminuisce la capacità di vermi di progettare sedimenti e causa mortalità, ciascuno di oltre il 55 per cento. Il triclosan è un additivo antibatterico, trovato in studi sugli animali alterando la regolazione ormonale. La microplastica ha anche aumentato, nei vermi, la suscettibilità allo stress ossidativo di oltre il 30 per cento. Queste sostanze chimiche sono note come inquinanti prioritari e, sono sostanze chimiche che i governi di tutto il mondo hanno concordato tra i più persistenti come bioaccumulabilità e tossici. Il lavoro precedente condotto da Browne e altri hanno dimostrato che circa il 78 per cento dei prodotti chimici riconosciuti dall’US Environmental Protection Agency è associato all’inquinamento da microplastica . “Conosciamo da molto tempo ormai che questi tipi di sostanze chimiche, – ha detto Browne- si trasferiscono negli esseri umani dai beni confezionati “. “Ma per più di 40 anni gli scienziati ei politici non hanno stabilito che queste particelle di plastica possano effettivamente trasferire le sostanze chimiche nella fauna selvatica, danneggiano la salute dell’organismo e la sua capacità di sostenere la biodiversità .

 

STRANA CITTA’

 

 

Strade allagate alla Pizzuta

 

 

Fogna alla Mazzarona

 

 

Gli stalli adesso in disuso del bike sharing mai decollato !

Davvero strana questa città (Siracusa) nella quale gli amministratori si affannano a costruire castelli in aria, puntando ad obiettivi irrealizzabili o praticando la politica della questua continua. Legittimo perciò chiedersi sono amministratori o che altro? Grande la boutade di fare diventare Siracusa la capitale europea della cultura. Ma questi amministratori si muovono a Siracusa? Sono consapevoli quali sono le necessità più urgenti per migliorare la qualità della vita cittadina? Hanno mai visto i cumuli di immondizia perenni in via Noto, il degrado di via Gaetano Zummo  le strade perennemente allagate in viale Epipoli,

all’altezza del villaggio Miano e in viale Teracati nel tratto dove si convogliano le acque di via Necropoli Grotticelli. Strana città nella quale si discute da anni di una strada alternativa per il mare e nessuna progettualità a tale proposito è stata avviata. Strana città che continua a trascinarsi il dilemma sui finanziamenti da ricercare per l’entrata nord della città che si presenta con un viadotto in cemento quasi a pezzi. E’ stata annunciata, per esempio, con grandi strombazzamenti la volontà di rendere Ortigia veramente del tutto pedonale e non si hanno fondi per rendere fruibile il serpentone di cemento del parcheggio Talete che ostruisce la vista del mare. Strana città perché intanto viene lasciato a disperdersi il patrimonio del bike-sharing che poteva costituire un occasione in più per una città che intende professarsi turistica. Stesso discorso, pari pari ,vale anche per la riattivazione dei bus elettrici, necessari per convincere a lasciare le automobili nei parcheggi di scambio,  perché si è scoperto ( ma guarda ?) che bisogna investire una buona somma, per batterie lasciate colpevolmente a guastarsi. La pista ciclistica è diventata un monumento al nulla in quanto sistemata in una posizione che seppure panoramica abbisognerebbe di manutenzione per come è stata concepita , continua. Non è dotata di illuminazione e diventa perciò al calare delle tenebre, terreno di elezione di malintenzionati, spacciatori, drogati e di teste matte  in vene di ribalderie. Strana città nella quale si è scelto di non risolvere il problema o peggio il pasticciaccio di via Puglia con affermazioni e decisioni che sanno solo di vecchia politica. Dopo le baruffe chiozzotte per la segreteria cittadina del Pd, adesso c’è l’altro sogno pendente di cercare di affidare la gestione di una serie di edifici storici di Ortigia ai privati perché l’amministrazione non lo può materialmente fare .Idea che potrebbe diventare  presto un campo minato. Strana città nella quale non c’è uno straccio di opposizione e dove si continua a discutere dell’applicazione o meno della Tares mentre il governo nazionale discute di altre tasse da applicare a livello locale? 

La fabbrica del panico

Voci della memoriaLa fabbrica del panico.

Come eliminare la plastica degli oceani

Cleanup the oceandi Jack Taylor scrittore e giornalista freelance

In precedenza l’idea di ripulire gli oceani del mondo dei loro vasti accumuli di materiale plastico era considerata una cosa impossibile. Ora, un inventore di 19 anni sostiene che lui e la sua fondazione hanno trovato un modo per ripulire gli oceani del mondo , e non solo dice come possiamo farlo , ma che siamo in grado di farlo in cinque anni e produrre da esso un profitto.                                                                                                                                                         Si chiama ‘ Great Pacific Garbage Patch ‘ o, a volte il “Pacific Trash Vortex ” . E’ una massiccia raccolta di particelle di plastica si accumulano nel Pacifico . Altri oceani hanno le loro collezioni di rifiuti di plastica e , inoltre , la maggior parte dei detriti nei nostri oceani sono materie plastiche che rappresenta circa il 90% di tutti i detriti di scarto.                          Gli scienziati hanno preso in considerazione tutti i modi come fosse possibile recuperare ,questi rifiuti, ma non c’è stata mai una risposta chiara a tale quesito .Boyan Slat inventore di 19 anni dice che possiamo togliere quasi 20 miliardi di tonnellate di rifiuti in plastica con il suo congegno che  chiama pulizia di serie dell’oceano . E’ composto da una massiccia serie di panne e piattaforme di elaborazione che risucchiano gradualmente nella plastica galleggiante come un imbuto gigante.                                                                                                                                                    L’angolo di come è configurato permette a tutti  rifiuti di plastica di andare dove vi sono i centri di elaborazione delle piattaforme che sono galleggianti . Presso l’area di trasformazione  sulla piattaforma  verrebbero separati gli organismi naturali , come il  plancton mantenendo solo i materiali plastici da riciclare .Per l’inquinamento da plastica nell’ Oceano indiano l’ inventore in questione avrebbe trovato il modo di ripulire gli oceani del mondo in meno di 5 anni . Sicuramente un fatto impressionante!                                                                                                                                              ” Uno dei problemi  è il lavoro di prevenzione poichè non vi è alcuna immagine di questi ‘ patch spazzatura ” ,  i detriti sono dispersi nel corso di milioni di chilometri quadrati “, dice Slat sul suo sito web. “Inserendo i nostri congegni tuttavia , si accumulano lungo i bracci , rendendo improvvisamente possibile visualizzare effettivamente le spazzature oceaniche . Abbiamo bisogno di sottolineare l’importanza del riciclaggio , e puntare a ridurre il nostro consumo di imballaggi in plastica ” . Slat ha sviluppato l’idea , mentre era ancora a scuola , e ha scritto un articolo sul suo concetto . Una volta pubblicato immediatamente ha catturato l’attenzione di molti esperti marini . Il suo giornale ha vinto ogni sorta di premi , che includeva il miglior design tecnico 2012 dalla Delft University of Technology .Quando insieme ad altri si rese conto che il concetto potrebbe funzionare ha fidelizzato il tutto, creando una organizzazione non-profit chiamata il Cleanup Fondazione Ocean . Questo gruppo si concentrerà sull’obiettivo di sviluppare la sua invenzione, raccogliendo fondi per esso al fine  di renderlo operativo al più presto possibile. Il suo progetto salverebbe numerose specie acquatiche di pesci e contribuirà a ridurre i PCB e a contenere il DDT,  due fattori d’inquinamento che ci riguardano. Meglio di tutti si opera sulla forza del sole e dagli oceani stessi. Non solo è il concetto di Slat si autoalimenta , ma sarebbe anche molto redditizio tutto il riciclaggio , stimato per un importo di 500 milioni di dollari ( US ) all’anno . Secondo il sito web della stecca ” renderebbe di fatto più soldi rispetto a quanto sarebbe costato il piano per eseguirlo. In altre parole è redditizio. “

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ancora fusti tossici nel santuario dei Cetacei

 

Ancora fusti tossici nel santuario dei Cetacei

Ancora fusti tossici nel santuario dei Cetacei.

L’Albero Vagabondo

 

L'Albero Vagabondo

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Si lavoricchia molto in superficie per adeguare e salvaguardare il territorio aretuseo

 

Si lavoricchia molto in superficie per adeguare e salvaguardare il territorio aretuseo

Si lavoricchia molto in superficie per adeguare e salvaguardare il territorio aretuseo.

Il mistero della nave dei veleni Cunsky | Giuseppe Benanti

 

Il mistero della nave dei veleni Cunsky | Giuseppe Benanti

Il mistero della nave dei veleni Cunsky | Giuseppe Benanti.

 

Importanti funghi ritrovati in sedimenti nelle profondità oceaniche, per curare le malattie

Spore_fungine_dalla_south
Sommergibile_per_le_analisi_delle_profondita

Gli scienziati hanno trovato prove di funghi che prosperano molto al di sotto del pavimento del Pacifico, nei sedimenti  che risalgono a più di 100 milioni di anni fai. Questa scoperta potrebbe  consentire di produrre antibiotici per combattere i batteri resistenti ai farmaci.                                                                                                                                          Gli scienziati hanno presentato  questi risultati alla American Geophysical Union (AGU) a San Francisco, in California. Alcuni dei funghi appartenenti al genere Penicillium, erano la fonte del potente antibiotico meglio noto come penicillina. Trovare organismi multicellulari in un simile ambiente “si estende come s’è capito negli ambienti limiti della vita sul pianeta”, ha affermato Heath Mills, geomicro-biologo molecolare alla Texas A & M University di College Station, che assieme a Brandi Reese, biogeochimico della University of Southern California a Los Angeles, hanno studiando i funghi in questione.                                                                                         I funghi delle acque profonde sono stati scoperti in campioni di sedimento profondi cioè a 127 metri sotto il fondo del mare, durante una spedizione del programma Integrato Ocean Drilling 2010 nel Pacifico del Sud. Nei campioni di materiale genetico prodotti dai funghi, i ricercatori hanno trovato le sequenze di almeno otto gruppi. Il team è riuscito a sviluppare culture in crescita da quattro dei funghi raccolti. Indizi sui funghi che vivono negli strati profondi di sedimento hanno cominciato ad emergere nel 2005, ma alcuni biologi credevano che la causa fosse una contaminazione. Reese e suoi colleghi hanno preso diverse misure per garantire che non vi fosse alcuna contaminazione.   Altri ricercatori hanno notato che il materiale ottenuto dai sedimenti sembra essere più che semplici spore e, si sono trovati pezzi di RNA messaggero fungino e le proteine del codice genetico, tra cui quelle che operano il trasporto  attraverso le membrane di ioni e

di metalli, in sedimenti da acque profonde al largo della costa del Perù .I sedimenti studiati sono stati trovati alla base della South Pacific Gyre, il più grande deserto oceanico della Terra. I funghi potrebbero avere un ruolo chiave nel fornire nutrienti all’affamato ecosistema profondo. I funghi possono rompere difficili molecole organiche, fornendo fonti di cibo per i microbi che vivono molto al di sotto il mare.                                                                                                                                                                                           Non è ancora chiaro se i funghi nei sedimenti più profondi risalgono a più di 100 milioni di anni, dal momento che potrebbe avere colonizzato questi strati muovendosi da depositi più giovani. Tuttavia, se i funghi sono stati isolati per lungo tempo, avrebbero potuto evolvere  in insolite difese biologiche contro i batteri e potrebbero dunque fornire una fonte di utili antibiotici.

 

[Via Natura]